Una prova da dosare
Il carotaggio è la prova più "vera" che faccio sul calcestruzzo: estraggo un cilindro di materiale — la carota — dalla struttura, e quel campione lo si può mandare a rottura in laboratorio per conoscere la resistenza reale, senza stime e senza correlazioni. È il riferimento con cui poi si tarano le prove non distruttive come lo sclerometro.
Lo eseguo in due modi, e la scelta non è un dettaglio tecnico fine a sé stesso: cambia in base a dove sto lavorando. A umido, raffreddando la fresa con acqua, quando devo perforare calcestruzzo armato e compatto: l’acqua evita il surriscaldamento, preserva l’utensile e abbatte la polvere, ma devo poter gestire i residui liquidi. A secco, con aspirazione della polvere, quando lavoro dentro un edificio finito, vicino a impianti o in ambienti dove l’acqua creerebbe più danni del foro stesso.
Il carotaggio dà il dato più diretto sulla resistenza del calcestruzzo, ma lascia un foro vero, non un segno: per questo non lo eseguo a tappeto. La logica è sempre quella a imbuto di cui parlo spesso — mappo prima con lo sclerometro, individuo i punti chiave, e il carotaggio lo riservo a quelle poche posizioni dove serve il riscontro più diretto, ripristinando poi con cura ogni foro. Lo uso anche quando il prelievo serve ad altro: aprire un punto per una videoendoscopia, raggiungere un’armatura da ispezionare, preparare una superficie fresca per il carbon test.