Perché quel millimetro conta
Il carbon test mi dice una cosa che a occhio non si vede ma che decide la vita di una struttura in cemento armato: fin dove è arrivata la carbonatazione. Provo a spiegarlo semplice. Il calcestruzzo, quando è sano, è molto basico, e quella basicità è ciò che protegge i ferri dalla ruggine. Con gli anni l’anidride carbonica dell’aria penetra dalla superficie e abbassa questa basicità, strato dopo strato. Quando il fronte di carbonatazione raggiunge l’armatura, il ferro perde la sua protezione e inizia ad arrugginire.
La prova è semplice e la faccio direttamente sul posto: su una superficie fresca di calcestruzzo — un piccolo saggio o una carota appena estratta — spruzzo una soluzione di fenolftaleina. Il calcestruzzo ancora sano si colora di rosa acceso; quello carbonatato resta incolore. Misuro lo spessore della fascia incolore dalla superficie verso l’interno e ho la profondità di carbonatazione.
Il dato che cerco è il confronto tra quella profondità e il copriferro. Se la carbonatazione è ancora lontana dai ferri, c’è margine; se li ha già raggiunti, la corrosione è probabilmente in corso e la struttura va guardata con attenzione diversa. È per questo che il carbon test lo eseguo quasi sempre insieme alla pacometria — che mi dà il copriferro — e al rebar test: messi insieme, questi tre controlli mi dicono non solo che le armature si stanno corrodendo, ma perché, e danno indicazioni utili su come il problema potrà evolvere nel tempo.