Il primo passo, non l’ultimo
Per cercare un’infiltrazione la termocamera è quasi sempre il mio primo passo. L’acqua nascosta dentro un muro o sotto un pavimento cambia la temperatura della superficie — di solito la raffredda — e quella differenza, invisibile a occhio nudo, la termocamera me la mostra subito. Così, prima ancora di toccare qualcosa, vedo l’estensione e la forma della zona bagnata.
Qui mi interessa una cosa sola: dov’è l’acqua e fin dove è arrivata. Una macchia d’umidità su un soffitto, vista alla termocamera, rivela la sua reale estensione, che è quasi sempre più ampia dell’alone visibile, e spesso lascia intuire la direzione da cui l’acqua proviene.
Sono onesto sul metodo, perché è quello che fa la differenza in una ricerca infiltrazioni seria. La termografia mi dice dove c’è l’anomalia, ma non quanta acqua c’è né da dove entra. Per questo è l’inizio di un percorso: una volta individuata la zona, la quantifico con l’igrometria e, se serve vedere fisicamente la causa, faccio un foro mirato per la videoendoscopia. La termocamera mi evita di cercare alla cieca; gli altri strumenti chiudono il caso.
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