A cosa mi serve davvero il numero
L’igrometria risponde a una domanda che la termografia da sola non chiude: quanta acqua c’è davvero in quel muro, e fino a che profondità? La termocamera mi mostra un’anomalia, ma è l’igrometro a quantificarla. Lavora sulla costante dielettrica dei materiali — un materiale umido conduce diversamente da uno asciutto — e da quella ricavo il contenuto d’acqua.
Uso due livelli. L’igrometria dielettrica di superficie per mappare velocemente le zone umide di una parete, e quella a microonde quando devo capire se l’umidità è solo in faccia o arriva in profondità, dentro uno spessore o sotto più strati. È la differenza tra un problema cosmetico e uno strutturale.
Il dato igrometrico mi serve soprattutto per due cose. Distinguere una perdita attiva da un alone ormai asciutto — una macchia può essere il residuo di un problema risolto anni fa, e l’igrometro lo dice subito, evitando interventi inutili. E verificare l’asciugatura dopo una riparazione o durante un restauro: misuro nel tempo e confermo, con i numeri, che il materiale sta davvero tornando a posto. La uso quasi sempre in coppia con la termografia: una trova l’anomalia, l’altra la misura.
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